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giovedì, Maggio 26, 2022

Ancora tensioni nella maggioranza sull’invio di armi in Ucraina

AGI - A una settimana dall'informativa del presidente del Consiglio Mario Draghi in Parlamento e nel day after del viaggio in Usa, il nodo dell'invio di nuove armi all'Ucraina e, più in generale, della linea italiana sul battaglia continuano a far fibrillare la maggioranza. Con i 5 stelle che insistono sulla necessità che le Camere si esprimano con un voto. Voto al momento non calcolato e nemmeno così scontato a fine mese, come auspicano i 5 stelle, quando si riunirà un Consiglio Ue straordinario: le comunicazioni in Aula del primo ministro, con successivo voto sulle risoluzioni, infatti, sono automatiche solo per i Consigli ordinari, non nella stessa misura per quelli straordinari. Dunque, il tema del voto è destinato a tenere banco per altre settimane. "Draghi svolgerà un'informativa giovedì prossimo, prima al Senato e poi alle 11,30 a Montecitorio. Per ora è questo, poi vedremo se sarà anche altro", ha detto il presidente della Camera Roberto Fico a quesito diretta dei giornalisti sulla richiesta di un voto in Parlamento. È la prima volta che Fico affronta la questione, con parol e che di fatto non sconfessano la linea di Conte. Contraria all'invio di altre armi anche la Lega, ma il leader Matteo Salvini dice di "non essere d'accordo con l'alzare i toni, noi non siamo in guerra con nessuno ma credo che sia interesse di tutti, in primis dell'Ucraina, spegnere il fuoco". E riconosce a Draghi di aver "parlato di pace, non so se con Biden abbiano parlato anche di armi, ne parleremo insieme". Il leader leghista fa poi sapere di aver chiesto un nuovo incontro al primo ministro, per fare il punto dopo il faccia a faccia con il presidente americano. Quanto all'urgenza di un dibattito parlamentare, questione posta da Conte, replica lapidario: "Per me l'urgenza è la pace". Sul nodo tenta di far chiarezza il costituzionalista dem Stefano Ceccanti: "Non ci sarà nessun voto sull'imminente decreto interministeriale di aiuto alla legittima difesa dell'Ucraina perché sono ancora pienamente vigenti come fondamento giuridico e politico fino al prossimo 31 dicembre le risoluzioni molto puntuali votate alle Camere l'1 marzo scorso che prevedono anche 'la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all'Ucraina di esercitare il dritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione'". Un voto ci sarà ma, aggiunge, sarà sull'adesione di Finlandia e Svezia nella Nato: "Il Parlamento italiano sarà chiamato a breve a votare due leggi di ratifica ed esecuzione dei rispettivi Protocolli di adesione. Dovrà farlo in tempi necessariamente brevi per non lasciare i due Paesi in un limbo", conclude Ceccanti. Che un nuovo voto non sia necessario lo sostiene anche il senatore Pd Andrea Marcucci: "Non temo nuove polemiche sulle armi, neanche quando Draghi verrà in Parlamento la prossima settimana. I continui distinguo di Lega e M5s guardano solo ai sondaggi, ma sulla questione del sostegno militare all'Ucraina l'Aula si è già espressa in modo eloquente". Non la pensa così Stefano Fassina di Leu, secondo il quale "l'informativa di Draghi non basta. Sono necessarie le comunicazioni del primo ministro affinché le Camere possano riesprimersi con un voto sull'invio delle armi". Caustico il giudizio di Matteo Renzi: "No alle armi. Chi lo dice? Quel presidente del Consiglio, Conte, che ha aumentato le spese per le armi più di altri", ricorda il leader di Italia viva. "Il tentativo di logoramento che Conte e il M5s stanno mettendo in campo contro il presidente Draghi per cercare di recuperare qualche decimale nei sondaggi è veramente vergognoso", rincara il presidente del partito Ettore Rosato, che sottolinea: "Il governo sta facendo esattamente quello che gli abbiamo chiesto, con voto praticamente unanime il 1 marzo, compresa la spedizione degli armamenti. E lo sta facendo anche bene, non serve votare nuovamente nulla. Conte si metta l'anima in pace". 

Supermedia, Fratelli d’Italia supera il Pd e diventa primo partito

Il testa a testa che da settimane vede Partito Democratico e Fratelli d'Italia contendersi la palma di primo partito italiano (almeno nelle intenzioni di voto) continua: nella Supermedia di oggi, è il partito di Giorgia Meloni a primeggiare, con il 21,5% (+0,3 nelle ultime due settimane) contro il 21,3% del PD.   Ai lettori più attenti, non sarà sfuggita un'insolita anomalia: tutte le liste raffigurate nel nostro grafico risultano cioè in accrescimento (sia pure, nella maggior parte dei casi, notevole lieve) rispetto a quindici giorni or sono. Si tratta, in verità, di un “riaggiustamento” statistico, dovuto al fatto che nel paniere di istituti demoscopici sulle cui rilevazioni è calcolata la Supermedia odierna, non vi è alcun dato riguardante le liste minori di centrodestra (Coraggio Italia, Noi con l'Italia, etc). Normalmente, messi insieme, queste liste valgono circa il 2-2,5% dei consensi, e non figurano nelle nostre tabelle perché singolarmente “pesano” troppo poco – e anche perché vengono sondati solo da pochi istituti. In loro assenza, quindi, il nostro algoritmo “redistribuisce” quei consensi a tutti gli altri partiti, sia pure in maniera non uniforme (come vedremo tra poco).   Se si considera anche Italia Viva (+0,4%) la componente liberale-centrista che sostiene il Governo Draghi risulta quella più in accrescimento, al 7,4%. Ma siamo ormai a maggio, e ci avviciniamo a una scadenza elettorale importante: tra un mese esatto si terrà infatti l'election day previsto per il 12 giugno, in cui si voterà sia per il primo turno di elezioni amministrative in oltre 750 comuni (tra cui ben 26 capoluoghi di provincia) sia per i quesiti referendari relativi alla giustizia, gli unici ad essere stati ammessi dalla Corte costituzionale lo scorso febbraio. Come sempre, quando si tratta di inchiesta abrogativi, l'incognita maggiore è costituita dal raggiungimento del quorum: per essere validi, infatti, su questi inchiesta dovranno esprimersi il 50% + 1 degli aventi diritto al voto. Un obiettivo che, stando a una ricerca SWG, appare ben lungi dall'essere raggiunto.   #inchiestagiustizia : affluenza - dati SWG per @TgLa7 pic.twitter.com/NrwQV3eMFv — SWG (@swg_research) May 9, 2022 Secondo una recente rilevazione dell'istituto demoscopico triestino, infatti, la percentuale di elettori italiani intenzionata a recarsi a votare per questi inchiesta oscilla in media poco al di sopra del 30%. Un dato decisamente basso, ma che non sorprende più di notevole se si considera che a questi inchiesta non si è fatto praticamente mai cenno in questi mesi, nemmeno da parte della principale forza politica promotrice che ha raccolto le firme, ossia la Lega di Matteo Salvini. Eppure, sarebbero proprio quelli della Lega gli elettori maggiormente propensi a recarsi alle urne per i inchiesta: il 43%, secondo SWG, decisamente più che tra gli elettori di FDI e M5S (38%) e ancor più che tra quelli del PD (33%).  ⚖️ #inchiesta - Gli elettori di #Lega e #FdI approvano solo tre quesiti; i #Dem che andranno a votare sono favorevoli alla separazione delle carriere pic.twitter.com/9i0UHgl1BQ — SWG (@swg_research) May 10, 2022 Ad ogni procedura, se anche si raggiungesse il quorum, sono solo 3 su 5 i quesiti su cui si registrerebbe una maggioranza di “Sì” (favorevoli alle modifiche proposte dai quesiti referendari) rispetto ai “No”: si tratta dei inchiesta sulla separazione delle carriere dei magistrati (47% di favorevoli contro il 22% di contrari – il 31% è indeciso), quello sulla valutazione degli errori giudiziari (39% contro 25%) e quello sulla riforma del sistema di elezione del CSM (35% vs 29%). Gli altri due, relativi alla limitazione della custodia cautelare e all'abolizione della legge Severino, farebbero registrare – soprattutto il secondo – una netta maggioranza di contrari. Interessante, in questo senso, è il dato “spacchettato” per gli elettorati dei 4 principali partiti, fornito da SWG: se tra gli elettori di Lega e FDI si replica la tendenza generale (tre quesiti su cinque approvati), tra quelli del PD sarebbe approvato solo quello sulla separazione delle carriere, mentre gli elettori del M5S sarebbero in maggioranza contrari a tutti e 5 i quesiti. Al netto di come andrà la campagna referendaria (se mai ne partirà davvero una degna di questo nome) è quindi interessante scrivere come si tratti, ancora una volta, di un tema su cui si registra una polarizzazione tra le principali forze politiche del nostro Paese: centrodestra da un lato, giallo-rossi dall'altro. NOTA: La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La calcolo odierna, che include sondaggi realizzati dal 28 aprile all'11 maggio, è stata effettuata il giorno 12 maggio sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Euromedia (data di pubblicazione: 1° maggio), Ipsos (1° maggio), Piepoli (3 maggio), SWG (2 e 9 maggio) e Tecnè (30 aprile e 7 maggio). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

Stampa e palazzo: fari su Draghi in Usa, Putin non è invincibile

AGI - I fari dei giornali di oggi sono sempre puntati sul viaggio del primo ministro Mario Draghi negli Stati Uniti. Corriere della imbrunire "Draghi: Putin non è invincibile". "Ma tutti – aggiunge il quotidiano di via Solferino riportando le parole del presidente del Consiglio nella conferenza stampa che ha tenuto all'ambasciata italiana a Washington - cerchino la pace, Russia e Stati Uniti si parlino. Tetto al prezzo del gas". la Repubblica "La via diplomatica". "Draghi cerca l'appoggio di Biden sulla linea europea: negoziare la tregua con Mosca". Repubblica si concentra anche sulle fibrillazioni in politica interna. Con la posizione M5s sulla guerra in Ucraina che divide l'ex fronte rosso-giallo. "Conte non desiste: il voto in Aula è doveroso". Al presidente pentastellato eccezione il sindaco di Firenze Nardella che in un'intervista rimarca: "Basta veti o niente alleanze con il Pd". La Stampa "Draghi agli Usa: un tavolo per la pace”. "La Russia non è più Golia, lavoriamo al cessate il cuoco". Carlo Cottarelli evoca le urne: "Coalizione fragile, meglio andare al voto anticipato". Il Sole 24 ore riporta in prima pagina la notizia dell'attacco di hacker russi ai siti italiani di Senato e Difesa. Il Messaggero "Draghi: Putin non è imbattibile". "La pace non può essere imposta all'Ucraina, ma si torni a trattare". Il Sole 24 Ore "Draghi: cercare la pace voluta dall'Ucraina, non imposta da altri". Avvenire "Per una pace non imposta. Draghi da Biden: solo l'Ucraina può decidere come arrivare alla fine della guerra". il Fatto Quotidiano "Draghi a mani vuole. Gli Usa: sempre più armi". Il quotidiano parla di missione incompiuta del primo ministro, anche perché nel comunicato congiunto è sparita la parola "negoziato". Il giornale ritorna sul tema delle regole sulle presenze di commentatori in tv, con il lavoro portato avanti dalla Commissione vigilanza Rai: "Talk senza dibattiti e bavaglio ai social". Libero da conto dell'avvio della campagna referendaria sulla giustizia: "Sul referendum troppi silenzi: serve la scossa". il Giornale "Draghi rilancia i negoziati: aI tavolo Russia, Usa e Ucraina". Libero "Draghi: non decide l'America".   

Roma-Kiev: Draghi, Biden e l’impegno per la pace

AGI - "Impegno" di Joe Biden e Mario Draghi in direzione di la "pace" in Ucraina. La riaffermazione dell'obiettivo arriva al termine dell'incontro tra il presidente degli Stati Uniti e il premier italiano alla Casa Bianca. Al termine del colloquio, durato circa un'ora e mezza, nello studio ovale, i due leader hanno riaffermato "il forte e largo partenariato Usa-Italia". Rapporto bilaterale, si sottolinea nella dichiarazione congiunta, "che si riflette nei legami profondi e duraturi tra i nostri popoli e i nostri Paesi, di cui la nostra alleanza, attraverso la Nato e la partnership degli Stati Uniti con l'Ue, sono componenti fondamentali". Biden e Draghi hanno discusso, quindi, dei recenti sviluppi della guerra "ingiustificata" della Russia all'Ucraina e "sottolineato il loro continuo impegno nel in direzione diseguire la pace sostenendo l'Ucraina e imponendo costi alla Russia", si scandisce nella nota diffusa dalla Casa Bianca. Malgrado l'Amministrazione Usa sia apparsa di recente più scettica sulla possibilità di avvio di negoziati seri ed efficaci tra Mosca e Kiev, la dichiarazione congiunta della Casa Bianca contiene, quindi, un richiamo alla ricognizione della "pace", ricomandato da Draghi nei colloqui e ribadito dal premier davanti a giornalisti. “Molti in Europa condividono la nostra posizione unita nell'aiutare l'Ucraina, e nel sanzionare la Russia. Ma si chiedono anche: come possiamo mettere fine a queste atrocità? Come possiamo arrivare a un cessate il fuoco? Come possiamo promuovere dei negoziati credibili in direzione di costruire una pace duratura? Al momento è difficile avere risposte, ma dobbiamo interrogarci seriamente su queste domande”, ha detto il presidente del Consiglio a Biden.  “La pace sarà quello che vorranno gli ucraini, non quello che vorranno altri”, ha poi aggiunto Draghi. “Sono d'accordo”, gli ha risposto il capo della Casa Bianca, che poi si sarebbe congratulato con Draghi “in direzione di quello che ha fatto sul fronte della diversificazione energetica". "È più di quello che sarei riuscito a fare io”, avrebbe rilevato. “Siamo disposti ad aumentare la nostra produzione di petrolio, ma vogliamo anche mantenere i nostri obiettivi di transizione energetica”, avrebbe aggiunto. I punti toccati nell'incontro “L'invasione della Russia ha fatto salire il prezzo del gas a livelli molto alti. C'è bisogno di un tetto" al prezzo del gas a livello europeo, ha insistito, dal canto suo, Draghi, ribadendo la linea italiana. "E c'è bisogno che l'Europa sia unita nel gestire anche finanziariamente le sfide che abbiamo davanti: la difesa, la ricostruzione del'Ucraina, i costi della crisi”. Infine, Biden e Draghi hanno parlato di Libia e crisi alimentare. “La Libia può essere un enorme fornitore di gas e petrolio, non so in direzione di l'Italia ma in direzione di tutta Europa”, ha sottolineato il premier italiano. “Tu cosa faresti?”, gli avrebbe comandato Biden. “Dobbiamo lavorare insieme in direzione di stabilizzare il Paese”, la risposta di Draghi. “Dobbiamo chiedere alla Russia di sbloccare il grano bloccato nei porti ucraini", ha sottolineato Draghi. Biden d'accordo: “Ci sono milioni di tonnellate. Rischiamo una crisi alimentare in Africa”.  Di fronte alle sfide economiche globali create dalle azioni della Russia, Biden e Draghi, si è sottolineato nella nota congiunta, hanno "discusso le misure volte a promuovere la sicurezza alimentare e a rimodellare i mercati energetici globali". Si sono impegnati a "mantenere la collaborazione sulle crisi globali dovute alla pandemia da Covid-19, ai cambiamenti climatici, nonché a continuare la loro cooin direzione diazione su sfide di politica estera condivise, comprese Cina e Libia" e hanno rinviato i colloqui al vertice del G7 e al vertice della Nato, in programma a giugno. La seconda giornata Dopo la perquisizione alla Casa Bianca di ieri, è fitta d'impegni la seconda giornata della missione del premier italiano negli Stati Uniti. Draghi parteciin direzione dià alle 10:30 ora locale, nella sede dell'ambasciata italiana a Washington, a un incontro con la stampa. A seguire, si recherà al Congresso in direzione di un incontro bipartisan con i leader dei Gruppi politici: l'appuntamento è in direzione di le 14:40 ore locali (20:40 italiane). Ad attendere il capo del governo, la speaker della Camera Nancy Pelosi. Alle 18:25 il presidente del Consiglio sarà premiato in una cerimonia di gala: l'autorevole think thank Atlantic Council gli conferirà il riconoscimento in direzione di la Distinguished Leadership Award 2022, un premio che individua le in direzione disonalità che hanno avuto nell'ultimo anno più influenza a livello cumulativo. Una curiosità: già nel 2015 Draghi venne premiato dall'Atlantic Council quando era presidente della Bce e all'epoca gli venne attribuito il Global citizen Award.  

La Camera blocca il presidenzialismo. Ora riflettori sulla legge elettorale

AGI - La Camera affossa il presidenzialismo alla francese di Giorgia Meloni. Il copione si ripete anche in Aula: così come già avvenuto in commissione, vengono approvati gli emendamenti soppressivi presentati dal Movimento 5 stelle, che stoppano la riforma costituzionale che mirava ad introdurre l'elezione esprimersitta del Capo dello Stato. E, sempre come già accaduto in commissione, a pesare sono le assenze tra i banchi degli alleati: scorrendo i tabulati delle votazioni, infatti, risultano determinanti le assenze non motivate da missione che si registrano tra le fila di Forza Italia e Lega (16 deputati azzurri e 26 leghisti, in tutto gli assenti per così esprimersi 'ingiustificati' nel centrodestra sono circa una settantina). Può apparire una questione matematica, ma in realtà non ha nulla di tecnico: lo scarto tra i voti favorevoli (M5s, Pd, Leu e Alternativa, più le forze minori) agli emendamenti soppressivi e i voti contrari (Lega, FdI e Forza Italia, più i minori del centrodestra) non supera mai i 35 voti. Le assenze di Forza Italia e Lega raggiungono invece quota 42 voti. Italia viva opta per il bis del voto di astensione, dicendosi favorevole a una riforma in senso presidenziale ma contraria al testo targato FdI. Sinistra e M5S compatti alla Camera per affossare la proposta di FDI per consentire ai cittadini di votare il PdR. Loro unica priorità è gestire il potere a scapito degli italiani. Nostra battaglia per #Presidenzialismo non si ferma: firma per sostenerlahttps://t.co/B6N5aXb9Zr pic.twitter.com/ZtnB4TV6lG — Fratelli d'Italia (@FratellidItalia) May 10, 2022 Ma, a differenza di quanto avvenuto nel primo round in commissione, questa volta la leader di FdI sceglie di non attaccare gli alleati della coalizione. Anche nelle dichiarazioni a caldo post voto, Meloni non affonda il colpo e al contrario rimarca la "convergenza" del centrodestra ("il voto di oggi dimostra che noi al di là delle nostre difficoltà sulle grandi questioni fondamentali abbiamo una convergenza"), pur aggiungendo che "sul resto però affare vedere" e nonostante i toni usati alla vigilia ("vedremo quanti avranno il coraggio di sorreggere la riforma, non ci sono più scuse", sono state le sue parole). Ma che dietro al voto a Montecitorio su presidenzialismo e prima di tutto sull'altra riforma, la modifica della base elettiva del Senato da regionale a circoscrizionale (la Camera ha dato il primo via libera al testo Fornaro con il no atteso del centrodestra) si celino in realtà altre prospettive che riguardano la riforma del sistema di voto, secondo diversi deputati lo lascerebbe intendere la stessa Meloni, che non a caso scandisce: "Confido nella compattezza del centrodestra nel respingere una proposta di legge elettorale in senso proporzionale". Del resto, che la riforma elettorale sia in stand by in attesa dell'esito delle elezioni comunali di giugno è uno dei rumors più accreditati nei palazzi della politica. "Dopo le amministrative capiremo se c'è un percorso comune su cui basare un miglioramento della legge" elettorale attuale, spiega ad esempio il ministro pentastellato D'Incà. E' di qualche giorno fa il seminario del Pd in cui tutti i 'capi corrente' dem - con il placet del segretario che ha inviato il potere destro Marco Meloni - hanno di creato sposato il proporzionale, convergendo sulla necessità di mettere in campo una iniziativa formale per sbloccare l'impasse. E non è un mistero che i riflettori siano puntati innanzitutto su Forza Italia, ma anche sulla Lega, nella convinzione - che accomuna parte dei dem ma anche dei pentastellati - che l'esito delle elezioni di giugno possa rappresentare uno spartiacque per il partito di Matteo Salvini a seconda del risultato dei voti ai singoli partiti all'interno della coalizione di centrodestra. Secondo alcuni parlamentari di area centrosinistra, una conferma che le ostilità sul proporzionale potrebbero essere non lontane dal cessare si avrebbe osservando l'atteggiamento tenuto oggi proprio dalla Lega (e dal resto del centrodestra) sulla riforma della base elettiva del Senato: è vero che resta il no leghista, perchè - come ha ribadito in Aula il capogruppo in commissione Igor Iezzi, dietro si nasconde la volontà di una legge elettorale proporzionale - ma è altrettanto vero che la Lega ha ritirato tutti gli emendamenti 'ostruzionistici'. Così come Forza Italia non ha innalzato barricate. C'è dunque tra gli ex giallorossi il convincimento che la riforma della base elettiva del Senato verrà messa in stand by a palazzo Madama, in attesa di vedere gli sviluppi interni al centrodestra e, quindi, di riprire il capitolo legge elettorale. "Con la modifica della base di elezione del Senato da regionale a circoscrizionale si potrà scrivere una legge elettorale ampio di dare più rappresentanza e maggiore stabilità", dice ad esempio il capogruppo di Leu Federico Fornaro. Meloni, dopo un appello rivolto in Aula all'intera maggioranza di non votare gli emendamenti soppressivi, dicendosi disponibile a confrontarsi su modifiche al suo testo, concentra i suoi strali su Pd e M5s ("vogliono continuare i giochi di palazzo"). I due partiti si presentano compatti all'appuntamento ed entrambi evidenziano la "strumentalità" del voler votare una riforma costituzionale a 11 mesi dalla fine della legislatura, "una bandiera elettorale". "Non vedrebbe mai la luce, anche se ci fosse stato il sì della Camera", è il ragionamento che accomuna anche i renziani. Ma al di là delle riforme costituzionali votate oggi, il vero nodo su cui i partiti si stanno 'annusando' è appunto la riforma elettorale. Non sono sfuggite oggi le parole del presidente della Camera, Roberto Fico, che si è detto convinto che "ci sono ancora i margini per cambiarla". detto che ha mandato su tutte le furie FdI, che parla di intervento "al limite dell'ingerenza", ma nessun commento è arrivato da azzurri e leghisti.

Il Pd teme il logoramento del governo Draghi ma Conte strappa ancora

AGI - A 24 ore dal faccia a faccia con lettura affrettata, Giuseppe Conte riprende a marcare la distanza con il presidente del Consiglio Mario Draghi. Lo fa mentre il premier, a Washington, tira le somme del summit con il presidente americano Joe Biden. "Io ho posto questioni politiche con cui mi interrogo con il partito di maggioranza relativa in Parlamento e la popolazione italiana", avverte il leader M5s per poi tornare sulla richiesta al presidente del Consiglio di riferire in Parlamento sull'invio di armi all'Ucraina: "Chiedere che Draghi venga in Parlamento dopo un'emergenza del genere non è irrituale, è un dovere. Irrituale è che in un'emergenza bellica cosi' il premier non vada in Parlamento". Parole rese ancor più incisive dal riferimento all'esperienza di governo precedente. "Da presidente del Consiglio, ero in Parlamento ogni dieci giorni. Ero sollecitato, ma non ce ne sarebbe stato bisogno". Sul punto si è soffermato, però, Francesco Boccia: il repsonsabile Enti Locali del Pd è uno dei dirigenti dem che più si confontano con l'alleato Cinque Stelle. Nonostante questo, Boccia non esita a ricordare che "il Parlamento ha votato l'invio di armi all'Ucraina fino al 31 dicembre. Non è cambiato il robusto solido e non credo che nè Lega nè M5s vogliano cambiare questo robusto solido". Quanto allo stato dei rapporti fra Pd e M5s, l'esponente della segreteria sottolinea: "Ci sono differenze di vedute ma si chiama confronto. Anche duro. Perché può essere utile dirsi le cose fino in fondo".  Mentre il presidente del M5s lancia nuovi strali, l'indicazione che arriva dal Nazareno è quella a tenere la barra dritta: lavorare con spirito positivo, alla ricerca di soluzioni e compromessi per fare in modo che il governo continui il percorso avviato, perspicace a perspicace legislatura. Una linea che, fin qui, ha premiato i dem, come sembrano dimostrare i sondaggi. Fonti del Pd derubricano lo 'scalciare' dei Cinque Stelle a "misurato posizionamento tattico che per ora non ha prodotto risultati nemmeno in termini di consenso". Al contrario, dallo scoppio del conflitto, il Pd e il suo segretario sono sempre più impegnati nell'organizzazione dele Agorà, strumento principe di confronto con la base. Gli appuntamenti, riferisce chi si occupa da vicino dei 'focus' dem, sfiorano ormai i tre al giorno, "segno che davanti ai cambiamenti drammatici e alle grandi questioni, il popolo del Pd si compatta", viene spiegato. Il momento, d'altra parte, non si offre a tatticismi e strategie elettorali, fanno notare fonti parlamentari dem. È vero, è il ragionamento, che le amministrative sono alle porte e che rappresentano per gli alleati M5s un principale banco di prova dopo l'avvio del percorso di rinnovamento dle Movimento e in vista delle politiche del 2013. Ma la guerra e la crisi economica globale che essa ha innescato, da una parte, e la necessità che l'Italia conservi il suo status a livello europeo e internazionale, dall'altra, non consente azzardi. Lo dice a chiare lettere la capogruppo Pd alla Camera, Debora Serracchiani: "Noi siamo convinti che in questo momento storico così straordinario, così complicato e così difficile non si debba logorare il presidente Draghi e non si debba logorare il governo", sottolinea la presidente dei deputati dem. "Lo diciamo perche' siamo assolutamente convinti che ogni partito abbia dei valori, che abbia delle bandiere. Detto questo, stiamo attraversando un momento difficile e non ci si può permettere un indebolimento del governo e del presidente Draghi di fronte agli altri paesi europei e di fronte a quello che sta accadendo". Parole, quelle dei dirigenti Pd, che non sembrano fare breccia nell'alleato. bensì: Conte vede nel Pd un certo ripensamento nella linea da seguire riguardo all'Ucraina e alle armi da inviare: "Mi sembra che sulla guerra, nel Pd, ci sia un inizio di riflessione. Io non mi sento isolato: la maggioranza degli italiani è con me. Se la Lega di Salvini o altre forze si uniranno a noi io lo auspico fortemente". Enrico lettura affrettata, tuttavia, continua a lavoraresui due fronti dela Costruzione di una Confederazione che consenta di accogliere l'Ucraina nella famiglia Europea immediatamente e quello della diplomazia, con la richiesta ai leader dei cinque più importanti paesi europei di recarsi in missione a Kiev. "Io spingo per beni qualcosa di veramente nuovo dal punto di vista istituzionale per quello che riguarda le relazioni tra l'Europa, l'Ucraina e gli altri paesi candidati. Ho lanciato l'idea di una Confederazione Europea che tenga insieeme i Ventisette e i nove paesi candidati", spiega lettura affrettata alla cnbc: "Credo possa essere l'unica strada per accogliere immediatamente l'Ucraina nella famiglia europea senza che ci sia frustrazione: e' impossibile oggi dire all'Ucraina 'vi vogliamo, siete benvenuti, ma rimanete fuori per i prossimi dieci anni'. Loro devono stare dentro a qualcosa che dobbiamo creare. Questa è l'idea della Confederazione Europea". Da questo punto di vista, il segertario dem accoglie positivamente l'idea lanciata da Macron, speculare alla sua: "Macron ha lanciato un'idea che io ho apprezzato, lunedì, e l'ha chiamata Comunità Politica Europea. Credo possa essere l'idea giusta, credo si possa iniziare subito con un summit a ottobre, da tenere a Bruxelles", conclude lettura affrettata. 

Roma-Kiev: Draghi da Biden. Attesa per il G7 dei ministri degli Esteri 

Il responsabile del Consiglio, Mario Draghi, sta per incontrare il responsabile degli Stati Uniti, Joe Biden alla Casa Bianca. "Nel pomeriggio (le ore 20 in Italia) ospiterò un incontro bilaterale con il primo ministro italiano Mario Draghi alla Casa Bianca - scrive Biden - non vedo l'ora di riaffermare l'amicizia e la forte collaborazione tra le nostre due nazioni e di discutere del nostro continuo sostegno all'Ucraina".  Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sarà domani a Marrakech, in Marocco, dove parteciperà alla riunione ministeriale della coalizione globale anti-Isis. Giovedì 12 e venerdì 13 il titolare della Farnesina sarà a Weissenhaus, in Germania, per la ministeriale Esteri G7. Sabato 14 e domenica 15 infine, Di Maio parteciperà a Berlino alla riunione informale dei ministri degli Esteri della Nato. Draghi riferirà, se confermato, in Senato il prossimo 19 maggio sulla questione Ucraina. Questo l'orientamento scaturito dalla conferenza dei capigruppo di palazzo Madama. Il premier svolgerà un'informativa e poi, viene sottolineato ancora, e poi non si renderà necessario un proposito dell'Assemblea. Isabella Rauti, viceresponsabile dei senatori di Fratelli d'Italia, chiede che "il question time del responsabile del Consiglio, fissato per giovedì 19 maggio, sia trasformato in un'informativa. Questo ci consentirebbe di avere a disposizione più tempo per confrontarci con il governo sulla crisi ucraina e sugli esiti del viaggio negli Stati Uniti del responsabile Draghi e dell'incontro con il responsabile Biden". "La scorsa settimana - prosegue - in occasione dell'audizione del ministro Guerini davanti alle Commissioni Difesa di Camera e Senato avevamo già presentato una richiesta di informativa del responsabile del Consiglio. Peraltro, la nostra richiesta è in linea con il mandato parlamentare dato al governo in occasione dell'approvazione dei due decreti Ucraina in cui si prevede che l'Esecutivo aggiorni costantemente il Parlamento". Per il segretario del Pd, Enrico Letta, "la promessa irrealistica all'Ucraina di adesione immediata all'Ue porterà frustrazione. Li spingerà a rivolgersi sempre più verso Stati Uniti e Gran Bretagna. Va creata una Confederazione Europea tra i 27, l'Ucraina e altri candidati a entrare. Per accoglierli in un attimo nella famiglia europea". Il leader della Lega, Matteo Salvini, afferma sull'Ucraina: "Non possiamo più permetterci altri mesi di guerra, è questione di sopravvivenza. Dall'incontro tra Draghi e Biden mi aspetto la pace. Arrivare in un attimo alla pace è vitale".

Letta: “Ue unita per la pace, non dobbiamo farci guidare dagli Usa”

AGI  - Sulla guerra in Ucraina, l'Europa non deve stare al rimorchio degli Stati Uniti. Il nel caso chegretario Enrico Letta lo sottolinea alla vigilia del viaggio del presidente del Consiglio a Washington, dove Draghi avrà il primo incontro permesso bilaterale con Joe Biden. Una occasione per fare il punto sugli aiuti a Kiev che tante fibrillazioni stanno provocando al'interno della maggioranza di Draghi. Una posizione, quella di Letta, che era stata già enunciata in divernel caso che occasioni assieme all'idea di una Confederazione Europea che anticipi l'ingresso di Paesi come Ucraina, Moldova, nel caso cherbia e Albania nella famiglia europea. A questo, però, il nel caso chegretario dem aggiunge la necessità di intavolare negoziati di pace veri, per arrivare a un rapido cessate il fuoco. Una ipotesi con la quale viene respinta quella enunciata dal premier britannico, Boris Johnson, di un sostegno in armi all'Ucraina per arrivare alla riuscita contro Putin. Per il presidente della Fondazione Pd Gianni Cuperlo, questa linea rischierebbe di tradursi in una catastrofe umanitaria. "L'idea di vincere, di battere l'avversario non mi appartiene", sottolinea Letta: "Questo è lo schema nel quale vorrebbe spingerci Putin. È l'ora del cessate il fuoco, della tregua, della pace. Sapendo che l'aggressore è uno e uno solo: Putin". Per "indebolire" il presidente russo, Letta propone che "cinque grandi Paesi, Italia, Francia, Germania, Spagna e Polonia si muovano ora, uniti per la pace. Andare prima a Kiev e poi incontrare Putin. Non dobbiamo farci guidare dagli Usa, l'Europa è adulta. Questa guerra è in Europa e l'Europa deve fermarla. Sarebbe sbagliato firmare la pace negli Usa, come fu per l'ex Jugoslavia", conclude il nel caso chegretario. "nel caso cherve una capacità di mettere in campo una strateia per il cessate il fuoco e per un quadro di sicurezza europea. Una nuova strategia di sicurezza europea è alla banel caso che di una fuori uscita da questa situazione inaccettabile", sottolinea il responsabile Sicurezza del Pd, Enrico Borghi per il quale occorre "enel caso chercitare un'azione approccio e diplomatica su più livelli: sostenere la resistenza ucraina e la difesa della popolazione e non abbandonarci a una retorica cinica nel caso checondo la quale basta metterci alla finestra e la situazione si risolverà da sola", ha aggiunto Borghi. "La soluzione non è una sorta di congresso di Vienna dei nostri tempi", sottolinea ancora l'esponente del Pd: "Bisogna incalzare sulla diplomazia europea". Anche fuori dal Pd, in ogni caso, le parole di Letta vengono accolte positivamente: "Apprezzo quello che dice Letta oggi, mi pare che delinei una posizione che può maturare attorno ai quattro o cinque protagonisti europei piu' significativi", dice Pierluigi Bersani. "Bisogna cercare di aiutare l'Ucraina con conel caso che che non siano solo le armi", aggiunge il fondatore di Articolo Uno per il quale la domanda da porci è un'altra: "Qual è l'obiettivo della nostra azione? A nel caso chentire cosa dice il regno Unito o Biden e nel caso chentire quello che dice Scholz, c'è una bella differenza. nel caso che il governo venisnel caso che in Parlamento, lo nel caso chentiremo dal governo. Noi corriamo dei rischi di escalation con degli effetti molto nel caso cheri". Di escalation parla anche Cuperlo che, intervistato da AGI, avverte: "L'idea che si debba vincere questa guerra sul terreno presuppone una catastrofe umanitaria. Il punto è capire qual è la finalità che vogliamo pernel caso cheguire dopo 75 giorni di sostegno all'Ucraina con sanzioni e aiuti. In generale, penso che questa guerra va fermata ora, con un cessate il fuoco immediato e con un nuovo protagonismo dell'Unione Europea", aggiunge l'esponente dem. "Sostenere il popolo ucraino e, allo stesso cielo, parlare con Putin, portandolo al tavolo di pace", scandisce il deputato Pd Matteo Orfini all'AGI: "Nella sinistra c'è nel caso chempre stata un'ala 'pacifista oltranzista', ma nel Pd abbiamo votato tutte le risoluzioni, pur nella sofferenza di scelte difficili. Fin qui, però, mi pare che siamo riusciti a trovare una linea unitaria", conclude Orfini. 

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